Wolf Biermann poesie. La rivoluzione dopo le rivoluzioni.

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ADN-ZB/Grubitzsch/1.12.89/ Leipzig: Biermann-Konzert/ Der Liedermacher, der nach jahrelangen Auftrittsverboten 1976 während einer BRD-Tournee ausgebürgert worden war, trat zum erstenmal wieder in der DDR auf. In der Messehalle 2 wurde er von den etwa 5.000 Besuchern mit einem Beifallsorkan empfangen. (siehe auch 47N)

 

WOLF BIERMANN UNA POESIA UTOPICA

IN SENO AD UNA RIVOLUZIONE REALE

Cercavo un altro poeta a dire la verità, altra poesia. Quando per telefono ho parlato con il mio amico Franco che sapevo avere una biblioteca ben fornita con qualche libro non più in commercio da prestarmi, sono andato a vedere di che cosa si trattasse. Ho trovato l’autore cercato? Sì, ma non sapevo per quale motivo Franco mi propose subito qualche altra lettura e sembrava molto convinto, forse perché consapevole della mia permanenza a Berlino.

Insieme parliamo dell’Italia che non visitavo da anni, del tracollo economico, i barconi di gente lasciata a morire in alto mare. Allora viene fuori qualche pubblicazione de “Il pane e le rose”, collana che anni addietro avrò visto ovunque tra le bancarelle intorno l’università, ed esattamente: “Poesie e realtà” due volumi di poesia italiana fiorita tra la guerra e la caduta del muro. Infine… c’è un tale Wolf Biermann.

Ci metterò un po’ di tempo a collegare il libro e lo scrittore ai cenni che già qualche amico tedesco mi diede. Mi era già arrivato un qualche frammento di storia, suggerimenti, fotografie e canzoni tramite internet ma le visualizzerò dopo. Al momento l’artista mi era completamente sconosciuto. Lo leggo.

Descrivere le sensazioni che si raggrumavano verso dopo verso è alquanto complesso. Il linguaggio del poeta sembrava essere molto lontano dalle istanze del simbolismo, un frutto della psiche che gusto sempre con piacere e che forse in quel momento cercavo. In più non avevo mai incontrato dal punto di vista letterario quelle connessioni culturali, politiche, artistiche che sapevo essere di una Berlino ormai andata.

L’opera di Biermann che leggevo in una edizione Einaudi del 1976, è un’opera politica, rivoluzionaria nel senso proprio di appoggio, sostegno ai valori rivoluzionari socialisti: la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un appoggio, però, visto dall’interno, dall’altra parte del muro, quella che era opposta alla nostra, la parte dell’Est dove Biermann giovanissimo di sua volontà si trasferisce.

Emerge subito la figura di Villon, il poeta fuorilegge sfuggito al cappio e amato da Rimbaud. Non riesco comunque a percepire quella certa decadenza, semmai, come lo stesso Biermann più avanti dice, un senso di tradimento. Sì ha l’impressione che il modello venga più trattato per quello che potrebbe rappresentare se dal medio evo fosse proiettato nel 900 e messo a spasso sotto il muro. Anche qui, comunque, Biermann non si consegna al mito.

Tutto ha il sapore di una contestazione inquadrata nella storia, una provocazione in una chiave che un tempo avremmo potuto definire antiborghese, attraverso uno stile di vita irriverente, che celebra il condannato e non il giudice ma in un mondo, quello della DDR che la borghesia avrebbe dovuto abolirla. Questo pensavo.

Il gran fratello Franz Villon
Vive su in camera da me
Se gente viene a curiosare
Villon non si fa trovare
Poi si rannicchia con una bottiglia
Di vino nell’armadio
E aspetta che il pericolo sia passato
Il pericolo però è sempre in agguato
(Ballade auf den Dichter François Villon – W. Biermann)

Emerge Brecht, spesso attaccato nei suoi epigoni, amalgamato ad un realismo linguistico, popolare, schietto, volgare, alla mano, plebeo come dovrebbe essere il contestatore che parte dal basso di una piramide, un Bohémien “popolare” immerso in una espressione non conciliante con il vertice.

Bertold Brecht, drammaturgo

Quello era il mondo del socialismo reale, il mondo del partito unico al potere <<Il partito si mozzò | tanti piedi buoni | tanti bei piedi | Il partito mozzò. | Però a differenza | dell’uomo sopraddetto | al partito qualche volta | il piede cresce ancora.>>, Ballade vom Mann. Un mondo, quindi, lontano e che conosciamo solo in parte, un mondo dove il poeta attacca il vertice (il luogo delle promesse mancate) e riscrive il soggetto rivoluzionario immerso in una nuova utopia, quella di un socialismo avulso dalla “burocrazia”. I suoi versi utilizzano i modelli della tradizione come una maschera, in una opposizione anarchicheggiante alle direttive culturali di potere che gli costerà una espulsione perpetua.

 

DDR - Berlin

 

Sì, perché contrariamente a molti tedeschi dell’Est che provarono a fuggire e superare il muro, da contestare come tutti i muri, a Wolf Biermann dopo un concerto all’ovest nel 1976 venne dato l’Ausbürgerung, il ritiro della cittadinanza e non gli fu più permesso di rientrare. Visse durante quegli anni nella Berlino ovest spiato dalla polizia segreta dell’Est, come ci dice in qualche intervista. Malgrado la proibizione si organizzò una piccola sala di registrazione in casa e registrò le canzoni, che sarebbero comunque state diffuse. Perché il poeta, giusto per sottolinearlo, era anche un cantautore, uno chansonnier, un Liedermacher di alto livello, tra Bob Dylan e Bach, che dichiara tra i suoi ascolti.

 

Ermutigung
Du, lass dich nicht verhärten
In dieser harten Zeit
Die allzu hart sind, brechen
Die allzu spitz sind, stechen
Und brechen ab sogleich
Und brechen ab sogleich ….

Incoraggiamento
Tu, non lasciarti indurire
In questi tempi difficili
Quelli che sono troppo duri, si rompono
Quelli che sono troppo taglienti, pungono
e poi subito si rompono …

Quello che in ogni caso mi appassiona la fantasia è miccia che riaccende una memoria, una memoria quasi adolescenziale. La constatazione che la narrazione post-muro ha coperto ciò che è successo nel campo delle rivoluzioni con l’etichetta di stalinismo, quindi repressione oppure all’opposto caos e disfacimento. Una grande reinterpretazione che ha annullato la complessità di un momento storico e con essa quella del soggetto, del nostro essere soggetto.

Qui invece la contestazione alla borghesia si prolunga, si concretizza nella contestazione al potere, ai burocrati, al Politburo e si estende, come a me piace interpretare a tutte le dittature; rimanendo dalla parte della rivoluzione, della rottura e dell’esperimento, in questo caso realistico. Anche se dovremmo capire di quale realtà stiamo parlando.

Ed ora? Borghesia? Realismo? Rivoluzione? Biermann non si dichiarerà più comunista. I tempi sono cambiati. L’uomo ad una dimensione sembra aver vinto, è arrivato il digitale… Rimane a stuzzicare la mente la forte commistione di realtà, boheme, opposizione alle autocrazie e di reinterpretazione (non di annullamento) del soggetto scrivente, così come di quello che vive; quella “difesa del soggetto nell’opposizione rivoluzionaria al riformismo” che Luigi Forte nella sua bella introduzione traccia parlandoci di Biermann: “un ideale di trasformazione sorretto dalla difesa dell’utopia poetica”.

 

Questo il succo. Te lo ripropongo:
Un ideale di trasformazione sorretto dalla difesa dell’utopia poetica.

 

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